FIP e Lega Basket: pace fatta!

Dopo sei mesi è pace: il campionato torna ad essere organizzato dalla Lega dopo le vicende insorte dallo scandalo FIBA-Euroleague.

La Lega Basket ha ricevuto ieri, 13 settembre, la comunicazione da parte della Federazione Italiana Pallacanestro in merito alla Delibera di Presidenza che rende nuovamente efficace la convenzione Fip-Lega firmata il 12 marzo 2015 e le relative deleghe in merito alla organizzazione del campionato di Serie A.
La Delibera, che sarà sottoposta alla ratifica del prossimo Consiglio Federale, restituisce alla Lega l’organizzazione del massimo campionato di pallacanestro alla luce anche della precedente Delibera di Presidenza con cui è stato approvato il nuovo Statuto della Lega, primo passo della nuova “governance” dell’associazione dei club che si è insediata nei mesi scorsi.

Queste le parole di Egidio Bianchi, presidente della Lega Basket Serie A:
“Avere riottenuto dalla Federazione le deleghe relativamente alla organizzazione del campionato è una ulteriore conferma di come la Federazione abbia compreso la volontà della Lega di ripartire con un nuovo corso e un nuovo programma riavviando un percorso di collaborazione, nell’ambito delle rispettive competenze, che ha come obiettivo la crescita del movimento cestistico di vertice. Queste deleghe ci consentiranno di lavorare al meglio per assicurare al campionato di Serie A, in accordo con la Federazione, quei miglioramenti tecnici e strutturali che potranno permetterci di migliorare il prodotto e riallinearci progressivamente al livello raggiunto da altri campionati europei.”

Federico Fortuna
@fedefortu13

 

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Mantova Stings: niente Europe Cup!

Dopo un primo tentativo, nel mese di luglio, da parte della società mantovana di iscriversi alla competizione FIBA senza successo; pochi giorni fa, è arrivato sui tavoli del CDA della Pallacanestro Mantovana un invito ad occupare uno dei tre posti vacanti per il prossimo torneo. Tuttavia, visto il poco tempo a disposizione per i virgiliani per organizzarsi al meglio per questa eventualità, il CDA ha comunicato il 4 settembre la volontà di non iscriversi al torneo.
Sembra essere quindi definitivamente tramontata l’idea di vedere gli Stings competere in Europe Cup per la prossima stagione.

Qui la nota del CDA mantovano:

Il Consiglio di Amministrazione di Pallacanestro Mantovana ha esaminato nelle riunione di sabato 3 settembre la proposta di partecipazione alla FIBA Europe Cup, originata dal raggiungimento della finale di Coppa Italia e della successiva rinuncia di Scafati.

Pur considerando i possibili benefici, sia in termini di immagine che di esperienza sportiva derivanti dalla possibile partecipazione, il Cda a malincuore ha deliberato di declinare tale proposta: tale decisione è stata dettata dalla impossibilità di garantire le adeguate coperture finanziarie visto il troppo breve tempo concesso per la decisione. Si è ritenuto infatti di concentrare tutti gli sforzi organizzativi ed economici nel perseguimento dell’impegnativo programma di sviluppo dopo il trasferimento nel capoluogo, decisione presa per dare ulteriore slancio al radicamento territoriale, creando poi un roster con molti giovani in grado di dare continuità al progetto.

Federico Fortuna
@fedefortu13

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FC INTERNAZIONALE MILANO, più internazionale di così si “muore”!

È notizia di pochi giorni fa: dal 27 giugno p.v. Suning Commerce Group, il colosso cinese dell’elettronica e dell’e-commerce, acquisirà il 68,55% del club nerazzurro.
Il gruppo Suning era già noto agli addetti ai lavori e ad alcuni cronisti italiani, in quanto era stato collegato al thailandese Mr Bee. A caccia di capitali per investire nel Milan, Bee aveva infatti siglato un accordo preliminare con Suning per acquistare, assieme ad altri investitori, l’ormai noto 48% dalla Fininvest.
Per la serenità dei nostri amici e lettori interisti (e non) andiamo a fare chiarezza sull’operazione
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Erick Thohir e Zhang Jindong

IL PERSONAGGIOZhang Jindong, presidente e fondatore del colosso cinese di elettrodomestici Suning Commerce Group, è oggi uno degli uomini più ricchi di Cina, con un patrimonio personale stimato in 4 miliardi di dollari, cifra che lo rende il 28° uomo più ricco della Cina ed il 403° al mondo secondo la rivista americana Forbes. Zhang Jindong ha una bellissima storia da “self-made man”, partita dalla remota provincia di Anhui ed arrivata alla costruzione di un impero economico stimato in 15,3 miliardi di euro.
La Suning ha previsto nel suo piano d’espansione un forte investimento nel mondo del calcio. Il primo passo è stato quello di acquistare per 83 milioni di dollari lo Jiangsu, squadra della Superleague cinese che è stata prontamente rinominata in Jiangsu Suning. Ora lo step successivo: l’ingresso nel calcio europeo.

L’ACQUISTO – Suning acquisirà il 68,55% per 270 milioni di euro, facendosi inoltre carico dei 230 milioni di debito nei confronti di Goldman Sachs. Thohir per ora rimarrà proprietario del 31% e presidente del club, ma presto cederà anche la quota di minoranza ai cinesi. Per comprare il 68,55% dell’Inter (parte della quota di Thohir e il 30% di Moratti) il gruppo cinese dovrà far fronte ad una spesa equivalente ad un centinaio di milioni.
A Moratti, che lascia dopo 21 anni, dovrebbero andare una quarantina di milioni per la sua quota del 29,45%, il che permetterebbe all’ex presidente di uscire dall’azionariato del club senza perderci ma nemmeno guadagnarci.
Il restante 39,06% che sarà ceduto a Suning da International Sports Capital (alias Thohir) dovrebbe pertanto avere un valore di circa 56,98 milioni. Tenuto conto che il 70% dell’Inter era iscritto nel bilancio della holding di Thohir per 75 milioni, i 56,98 milioni derivanti dalla cessione di parte della sua percentuale d’azionariato garantirebbero all’uomo d’affari indonesiano una plusvalenza di una quindicina di milioni. A Thohir, che dovrebbe restare presidente, rimarrebbe dunque un pacchetto consistente nel 30,9% dell’Inter.

Dei suddetti 270 milioni investiti, un altro centinaio di milioni di Suning dovrebbero servire invece a estinguere il prestito dell’Inter verso le holding estere di Thohir che si erano a propria volte indebitate per fornire questi finanziamenti. Si tratta di circa 108 milioni (di cui 104 per la quota capitale).
Infine, la quota restante (70 milioni circa) sarà a servizio dell’aumento di capitale futuro per sistemare le casse nerazzurre, cosa necessaria che era stata già preventivata in quest’ultimo periodo di gestione Thohir.

Ricapitolando, la valutazione dell’Inter sarebbe di circa 500 milioni, così ripartita: circa 145 milioni per il 100% del capitale (stima di Calcio e Finanza su un valore di circa 100 milioni per il 68,55%) + rimborso prestiti soci (108 milioni) + debito bancario (230 milioni da rifinanziare – Goldman Sachs).

CALCIOMERCATO – Nel brevissimo termine (stagione sportiva 2016/2017) l’Inter dovrà fare ancora i conti con la Uefa ed il fair play finanziario, che obbliga il club nerazzurro a chiudere al 30 giugno 2017 il bilancio utile ai fini del FPF in pareggio (o almeno a -10 milioni, per poter avere “solo” una multa da 7 milioni, come si evince dallo stesso bilancio nerazzurro).
Se è infatti vero che le modifiche apportate al regolamento sul FFP nel maggio del 2015 prevedono che, in caso di «significativo cambiamento della proprietà e/o del controllo» di un club, quest’ultimo abbia la possibilità di chiedere alla Uefa di stipulare un «voluntary agreement» con l’obiettivo di arrivare nel giro di 4 anni al pareggio di bilancio, è altrettanto vero che, regolamento alla mano, tale possibilità non è prevista per quelle società come l’Inter che nei tre esercizi precedenti abbiano stipulato un «settlement agreement» (accordo transattivo) con l’Uefa. Il rispetto dell’accordo, che varrà fino al 2017, a detta dello stesso Thohir, costringerà l’Inter a realizzare 50 milioni di plusvalenze per raggiungere gli obiettivi di bilancio concordati con l’Uefa (Handanovic, Brozovic e Murillo sembrano i più indiziati a partire secondo i giornali).
L’Inter non avrebbe (usiamo volontariamente il condizionale) nemmeno la possibilità di rinforzarsi tramite alcuni “aggiramenti del regolamento”, come potrebbero essere prestiti dal Jiangsu (Ramires, Alex Teixeira su tutti). Eventuali trasferimenti di questo tipo infatti ricadrebbero sotto la lente di controllo della Uefa perché entrerebbero nell’ambito delle analisi legate alle parti correlate. Il pericolo per il club nerazzurro sarebbe infatti quello di aggravare ulteriormente la propria posizione nei confronti della Uefa.

Conseguenze? Nessun grande colpo in arrivo, a meno di ulteriori illustri cessioni e invenzioni di Ausilio (da non sottovalutare). I classici prestiti più diritto/obbligo di riscatto, che traslano gli effetti economici dell’acquisto alla stagione successiva, potrebbero essere ancora una volta la soluzione al problema, anche se, come ben si sa, i cartellini dei campioni oltre ad essere molto onerosi, vanno pagati subito (al di là del fatto che chi li ha difficilmente li cede). Si prospetta ancora un anno di purgatorio quindi, poi, dall’anno prossimo, si potrà espandere qualitativamente la rosa con più margine di manovra.

Per tutti gli approfondimenti sui possibili scenari di calciomercato rimandiamo a questo articolo di Calcioefinanza.it, che consigliamo dopo di leggere:
( http://www.calcioefinanza.it/2016/06/04/inter-budget-calciomercato-2016-2017-plusvalenze/ )

Resta, infine, un’ultima strada: che l’Uefa riveda il proprio regolamento. In fondo anche sotto la spinta di Manchester City e Paris Saint Germain era successo, però non è facile, soprattutto visto che parliamo di tempi stretti.

RICAVI – A questo punto ad alcuni potrebbe arrivare il messaggio che Suning non possa fare alcuna operazione verso l’Inter nella prossima stagione. Non è propriamente così, semplicemente la prima rivoluzione che il gruppo cinese proverà a far passare in casa nerazzurra non sarà legata al calciomercato ma bensì allo sviluppo dei ricavi commerciali, con politiche di marketing mirate in Cina, paese in cui l’Inter, a detta del management nerazzurro, è il primo club per numero di tifosi.
Inoltre, se dopo il recente rinnovo al ribasso, lo storico sponsor Pirelli dovesse lasciare la maglia nerazzurra (cosa difficile ma Pirelli ha comunque la possibilità entro il 30 giugno di risolvere unilateramente il quinquennale firmato), a quel punto l’Inter cambierebbe sponsor, aspetto di cui si occuperebbe personalmente Suning, ed i ricavi sarebbero sicuramente maggiori.
Altra importante novità potrebbe essere invece quella legata alla cessione dei naming rights del centro di Appiano Gentile, che in Italia rappresenterebbe un cambiamento storico.

Tralasciando invece il discorso “ricavi da stadio” (l’Inter per necessità di liquidità ha venduto in anticipo ad una finanziaria di Singapore, la Indies Special Opportunities Ltd, i ricavi futuri legati ad abbonamenti e biglietti per le partite della prossima stagione in cambio di 9,2 milioni) sotto il punto di vista finanziario, oltre al probabilissimo aumento di capitale, il gruppo cinese potrebbe ricorrere ai finanziamenti in “stile Thohir”, che però servirebbero solo per avere liquidità in cassa. Inoltre (lo ricordiamo perché importantissimo!!) l’Uefa non considera come spese ai fini del Fair Play Finanziario quelle per il settore giovanile o per lo stadio. Se volessero, quindi, gli investitori del gruppo cinese potrebbero investire qualsiasi cifra per un nuovo impianto nerazzurro, perché non rientrerebbero nei conti del FFP.

CONCLUSIONI – Stando a quanto raccontato sul “movimento” calcistico cinese e sulla volontà del mondo politico cinese di conquistare le attenzioni del calcio internazionale, la Cina nel giro di un decennio dovrebbe fare i mondiali da protagonista.
La realtà della Cina e del calcio pare però essere un’altra: Pechino ha infatti un’economia florida e grandi aziende che devono crescere all’estero (in Europa soprattutto). Ordine del governo cinese, non mero interesse delle singole grandi realtà produttive.
Ecco allora la chiave per aprire ogni porta: il calcio! Il business calcistico in termini di visibilità può dare una grossa mano ai gruppi cinesi smaniosi di accreditarsi in Europa, di avviare colloqui costruttivi con le istituzioni, di far conoscere i loro marchi e di avviare acquisizioni. Insomma, se per il club nerazzurro verranno spesi centinaia di milioni per le campagne acquisti di nuovi giocatori, c’è da tenere bene in mente che il business è business per Pechino. E il calcio è solo uno strumento.
Volendosi però limitare al solo tema calcistico, dovremmo essere felici nel vedere questi cambi di proprietà. Avere nel nostro sistema calcio nazionale personaggi disposti a fare grossi investimenti in calciatori significa aumentare il livello qualitativo delle rose, significa avere campionati più competitivi, significa vendere i diritti tv a cifre ancora più elevate ed aumentare i ricavi commerciali, che nuovamente porterebbero maggiori possibilità di spesa in acquisizione dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori e magari, finalmente, essere impiegati nella costruzione di infrastrutture sportive nuove ed innovative che riportino i tifosi ad assistere alle partite allo stadio.

Riccardo Richter
@riccrichter

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Udinese e Porto, plusvalenze e modelli gestionali a confronto

Udinese e Porto puntano da anni all’acquisto di giovani calciatori e alla loro successiva valorizzazione, al fine di massimizzare il ritorno dell’investimento effettuato una volta venduti.

Di seguito sono stati presi in considerazione gli ultimi due esercizi dei due club per un’analisi dettagliata del loro modello gestionale, simile per finalità ma con alcune caratteristiche economico-finanziarie molto diverse. Quali dei due modelli è da considerarsi più virtuoso?

STAGIONE 2012/13:Stagione 12:13.pngFonte: http://www.footyrate.com

Per il Porto, nell’esercizio 2012/2013, l’impressionante incasso derivante dalla vendita di calciatori, ha causato la registrazione di un importo straordinario relativo all’eccedenza delle plusvalenze, pari a circa € 76,4 milioni. Ad influenzare positivamente i dati di bilancio, è stato importante l’ormai noto ruolo svolto dalle “Third Party Ownership” (TPO) e dal mondo dei procuratori. Nel bilancio dei Dragoes il risultato del “Player Trading” è stato positivo per 49,9 milioni di euro. Le plusvalenze hanno coperto interamente gli ammortamenti dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori, migliorando un risultato operativo che sarebbe stato altrimenti negativo. Il forte collegamento con le TPO è ben visibile anche analizzando i debiti per la compravendita di calciatori, che ammontano in tutto a € 60,1 milioni. Di questi, il maggior debito riguarda il fondo Gol Football Luxembourg per James Rodriguez per l’importo di € 8.750.000. Un altro debito da segnalare riguarda quello per la commissione di intermediazione verso Gestifute SA, per il trasferimento dello stesso James Rodriguez, ammontante a € 5.392.612. E nella voce “altre passività” si trovano anche i debiti per le provvigioni non ancora fatturate dei procuratori che ammontano a circa € 10,3 milioni.

Il bilancio al 30.06.2013 dell’Udinese Calcio Spa espone invece un utile d’esercizio, dopo le imposte, di € 32.265.947, che migliora il risultato netto del 2011/12 positivo per € 8.782.162. La causa di questi ottimi risultati risiede anch’esso in larga parte nelle plusvalenze realizzate. La cessione di Handanovic all’Inter, di Isla e Asamoah alla Juventus, Floro Flores al Genoa, Candreva alla Lazio e Cuadrado alla Fiorentina hanno fruttato qualcosa come 87 milioni al netto del valore contabile residuo dei diritti alle prestazioni sportive dei suddetti giocatori. Anche nel caso del club bianconero, l’ammortamento della rosa calciatori ammontante a € 18,3 milioni è stato ampiamente coperto dalla differenza tra plusvalenze e minusvalenze.
Bisogna però evidenziare che per ottenere tali risultati, l’Udinese sopporta dei costi, definiti “costi specifici tecnici” che nell’esercizio in considerazione si sono attestati a ben € 23.172.111.

Guardando il conto economico dei due club le principali differenze riguardano le voci “ricavi da stadio” e “ricavi commerciali”, ma soprattutto le spese per il personale tesserato (54,07 milioni contro i 30,83 dell’Udinese). La società bianconera ricava dalla cessione dei diritti televisivi 38,47 milioni, più del Porto, che nonostante i proventi UEFA per la partecipazione alla Champions League (20,4 milioni), si ferma a 33,58 milioni a causa di un mercato domestico poco attrattivo (solo 13,2 milioni).
Il netto divario dei ricavi da stadio è dovuto al fatto che il Porto contabilizza proventi da biglietteria per 6,5 milioni e ben 15,2 milioni per ricavi da corporate hospitality.
Il costo del personale del Porto pari a € 54 milioni incide sul fatturato netto per il 69%, nei limiti di quanto auspicato dal Regolamento del Financial Fair Play (il tetto è il 70%). Il costo del personale rappresenta il 56% dei costi totali. Nell’Udinese invece i costi per il personale tesserato rappresentano il 32,2% dei costi della produzione, senza minusvalenze, ed incidono per il 49% sul fatturato netto, senza plusvalenze.

STAGIONE 2013/14:Stagione 13:14.pngFonte: http://www.footyrate.com

Il bilancio consolidato 2013/14 di “Futebol Clube do Porto – Futebol, S.A.D.” si è chiuso con una perdita al netto delle imposte pari a € 40.717.918. Il decremento alla voce ricavi da “diritti tv” è dovuto al mancato accesso agli ottavi di Champions League e dalla prassi del Porto di contabilizzare il premio fisso per l’UEFA Champions League nell’esercizio in cui è garantito l’accesso. Pertanto il premio fisso 2013/14 di € 8.600.000 è stato contabilizzato nel 2012/13, e nel 2013/14 sono stati contabilizzati solo € 2.100.000 per il diritto di competere nel turno preliminare di UEFA Champions League 2014/2015.
Non essendoci altre grandi differenze nelle singole voci rispetto all’esercizio precedente, la principale causa della perdita è da ricercare quindi nel drastico crollo del risultato economico relativo alla cessione dei calciatori diminuito da € 76,4 milioni a € 23,9 milioni, che hanno reso negativo il risultato da “player trading” per 3,2 milioni, in netta contrapposizione con il dato positivo di 49,9 milioni della stessa voce nell’anno precedente. Le plusvalenze derivanti dalle cessioni di Otamendi (7.974.000 Euro), Fernando (5.298.000 Euro), Iturbe (4.736.000 Euro), Christian Atsu (1.991.000 Euro) e André Castro (1.654.000 Euro) non hanno consentito di coprire gli ammortamenti dei diritti pluriennali alle prestazioni dei calciatori, ammontanti a 27,1 milioni di euro. Il risultato di tale particolare gestione è stato il peggiore negli ultimi sette anni. Inoltre, la perdita d’esercizio ha bruciato l’intero patrimonio netto, diventato negativo per € 33,1 milioni e risultando quindi non conforme a quanto stabilito dalle regole del Financial Fair Play.

Minori plusvalenze, maggiori oneri da compartecipazione e minori proventi UEFA hanno determinato la perdita dell’esercizio 2013/14 anche dell’Udinese, che ammonta a € 12.129.344. Il modello “Fabbrica Calcio Udinese” nel 2013/14, ha prodotto risultati meno brillanti rispetto al 2012/13, con un risultato positivo dell’attività di Player Trading di 6,5 milioni in riduzione di 51 milioni di Euro rispetto all’esercizio precedente.

Per un’ulteriore chiarezza e analiticità dei temi sollevati, aggiungiamo all’analisi anche il bilancio consolidato 2014/15 di “Futebol Clube do Porto – Futebol, S.A.D.”, meritevole di considerazione vista la chiusura con un utile consolidato netto pari a € 19.957.693. Anche in questo caso il risultato positivo si è dovuto principalmente al risultato della gestione economica calciatori, positivo per 82,5 milioni di Euro. Negli ultimi otto anni, il Porto ha realizzato circa € 354 milioni di eccedenze di plusvalenze, con una media annua di € 44,3 milioni. In quest’ultimo esercizio il Porto ha ottenuto il record storico nella gestione delle plusvalenze, che ha permesso di esporre il secondo utile per entità nella storia del Porto. Tuttavia, anche in questo caso, la gestione operativa vede il prevalere dei costi sul fatturato pertanto la gestione economica operativa risulta squilibrata e affida la continuità aziendale alle plusvalenze. Le plusvalenze del Porto generano liquidità effettiva, che serve però al club per pagare il proprio debito finanziario, anche perché le banche accettano, a garanzia del finanziamento concesso, i diritti economici sulle cessioni dei calciatori.
Infatti l’indebitamento finanziario del Porto, che era già notevole e nel 2014/15 è aumentato a 111 milioni e ai fini del Financial Fair Play risulta essere superiore al fatturato netto (cosa vietata dallo stesso FFP).

Discorso ben diverso per l’Udinese che grazie ai bassi debiti verso le banche e alla riduzione del ricorso al factoring, ai fini del Fair Play Finanziario da tre anni ha una posizione finanziaria netta positiva. Tuttavia l’Udinese contabilizza alti “costi specifici tecnici“, nel 2013/14 pari a € 24.010.413, rappresentanti il 27,12% dei costi della produzione, senza minusvalenze, e il 48% del fatturato netto. Nella gestione economica dell’Udinese i costi specifici svolgono sì un ruolo “strategico”, ma determinano uno squilibrio della gestione ordinaria, che poi ha generalmente generato dei benefici nella gestione straordinaria dei calciatori, sufficienti a riequilibrare la situazione. È proprio la parola “generalmente” a creare problemi, perché in annate in cui il risultato della gestione calciatori non è elevato, come nel 2013/14, l’Udinese rischia di incorrere in perdite d’esercizio. Discorso perfettamente valido anche per il Porto.

CONCLUSIONI – Alla luce di quanto esposto, propendiamo comunque nettamente per il “modello Udinese”. Dalla lettura dei bilanci del Porto si ha la sensazione che le eccezionali performance in tema di plusvalenze derivanti dalla cessione dei calciatori siano opera oltre che dall’eccelsa attività di scouting, anche dalle ottime relazioni con le cosiddette TPO e con alcune società di agenti, che operano nell’intermediazione relativa alla cessione dei calciatori, a cui vengono attribuite rilevanti commissioni. Questo aspetto, associato all’alto indebitamento finanziario netto danno l’idea di una società con scarsa autonomia gestionale, con difficoltà di programmazione e risultati troppo volatili.
L’Udinese presta invece particolare attenzione ai costi, in particolar modo quelli riguardanti il personale tesserato, trae giovamento dalla migliore posizione finanziaria netta ed i recenti investimenti in infrastrutture fanno pensare che il club della famiglia Pozzo voglia sempre di più ridurre la volatilità dei risultati d’esercizio, slegandoli col tempo dal Player Trading, a cui si è fatto troppo affidamento in questi ultimi anni. La scelta di optare per la società bianconera può essere ulteriormente fortificata dal fatto che il risultato del “modello Porto” violi alcuni dei regolamenti stabiliti dal Fair Play Finanziario. L’Udinese sotto questo aspetto è invece una delle società da cui prendere esempio sia a livello nazionale che continentale.

Riccardo Richter
@riccrichter

 

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Europa, tappa obbligata per essere (economicamente) competitivi

La Champions League è la competizione per club in cui ogni calciatore vorrebbe giocare; la coppa che ogni giocatore vorrebbe vincere. Da un punto di vista economico-finanziario, con il passare degli anni, la partecipazione è diventata inoltre fondamentale anche per i bilanci dei club. I proventi UEFA, aumentati esponenzialmente in questi ultimi anni, sono diventati ricavi essenziali per tutte le società smaniose di trovare le risorse economiche necessarie alla costruzione di una squadra d’alto livello, visti anche i i vincoli imposti dal fair play finanziario (primo su tutti quello di non poter spendere più di quanto si ricavi).

I DATI – Nella stagione 2005/2006 la UEFA ha distribuito 430 milioni di premi ai club. Dal 2006 al 2009 gli incassi complessivi sono saliti a 900 milioni annui e per il triennio 2009-12 la UEFA ha ottenuto tra diritti tv e sponsorizzazioni il 20% in più (1100 milioni l’anno). Nel triennio 2012-15 si è avuto un ulteriore balzo a 1,3 miliardi di ricavi. Dati ancora più rosei per il triennio 2015-18, periodo in cui la massima competizione calcistica continentale registrerà introiti ancora più elevati.
Solo dai nuovi accordi siglati con i broadcaster di Italia, Inghilterra, Germania, Spagna e Francia, la UEFA riuscirà a superare il miliardo annuo (a questi andranno poi aggiunti i ricavi da sponsorizzazioni). In Italia Mediaset ha strappato la competizione a Sky mettendo sul piatto 230 milioni di euro l’anno, contro i 130 milioni investiti in precedenza dal network di Murdoch. In Germania i diritti restano in mano a Sky Deutschland, che ha dovuto però incrementare da 54 a 70 milioni il prezzo d’acquisto. A queste somme vanno aggiunti i 145 milioni sborsati da beIN Sport, la rete sportiva di Al Jaazera, e Canal+ in Francia. Nel Regno Unito, British Telecom ha vinto l’asta a discapito di Bskyb con un’offerta da oltre 300 milioni di euro annui. In Spagna, il colosso spagnolo della telecomunicazioni Telefonica, è stata battuta dalla cordata formata da MediaPro, cui fa capo la piattaforma satellitare Gol TV, Atresmedia, il gruppo televisivo partecipato dal gruppo De Agostini titolare della tv in chiaro Antena 3, e l’emittente catalana TV3, che hanno messo sul piatto 450 milioni per il triennio (150 milioni a stagione quindi). Questo significa che, aggiungendo il valore economico delle sponsorizzazioni, gli incassi della Champions (e dell’Europa League) dovrebbero aumentare fino alla soglia di 2,2 miliardi di euro l’anno. Di norma il 75% delle entrate provenienti dalla vendita dei diritti televisivi e dai contratti commerciali viene destinato ai club, mentre il 25% resta alla UEFA per coprire i costi organizzativi ed amministrativi e i pagamenti di solidarietà a federazioni, club e leghe. Nella stagione 2009-10 l’ammontare netto destinato ai club è stato di 750 milioni, mentre nella stagione 2013-14 sono stati ripartiti 910 milioni, suddivisi in due quote, come vuole ormai la consolidata prassi. In pratica, 500,7 milioni sono stati ripartiti in base “al merito” (risultati fase a gironi, prestazioni e bonus qualificazione) e 409,6 milioni sono stati legati al cosiddetto “market pool”, assegnati cioè sulla base del valore di ogni mercato televisivo nazionale e di altri parametri, come il numero di squadre partecipanti e le gare disputate. Così, se nell’ultimo triennio la Champions ed Europa League valevano per i club circa 1,1 miliardi di euro tra bonus sportivi e market pool, da quest’anno (e sicuramente fino al 2018) il ricavato delle due competizioni da destinare ai team aumenterà di circa il 50% fino a toccare 1,6 miliardi. Cifre assolutamente ragguardevoli, che dimostrano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza di partecipare alle massime manifestazioni calcistiche continentali.
Inoltre, non bisogna dimenticare che le 32 squadre protagoniste della Champions League possono fare affidamento anche sui ricavi da botteghino. Vista l’attrattività delle partite internazionali, si può stimare che la massima competizione calcistica europea porti ai club almeno altri 100 milioni (considerando per i 48 match della fase iniziale e per i 29 dei play-off a eliminazione diretta una media di incassi di 1-1,5 milioni a gara).

Ricavi Uefa.pngRielaborazione www.langolodelpress.wordpress.com su dati UEFA


La disparità tra Champions League ed Europa League (e Copa Libertadores):

La UEFA in questi ultimi cinque anni ha riversato sulle società del “circolo-Champions” qualcosa come 4120 milioni di euro. Numeri impressionanti, soprattutto se rapportati con i premi destinati alle squadre partecipanti all’Europa League e a quel che avviene nella Copa Libertadores. Nel 2014 in Sudamerica, i bonus stabiliti dalla Conmebol (l’equivalente oltreoceano della nostra UEFA), che a differenza della Champions, includono già diritti tv e pubblicità (il cosiddetto market pool), hanno previsto per chi ha avuto accesso ai gironi 830 mila euro; poi, 506 mila euro per chi è avanzato agli ottavi; circa 600 mila euro per la qualificazione ai quarti; 645 mila euro per l’arrivo in semifinale; 920 mila euro per la finalista perdente e 2,1 milioni di euro per la vincente. Alzare al cielo il trofeo sudamericano per eccellenza ha valso all’incirca (solo) 5 milioni di euro. Per la Champions League 2014-15, oltre al market pool che può anche raddoppiare gli introiti totali, sono stati stabiliti dalla UEFA i seguenti premi: 8,6 milioni di contributo fisso per la partecipazione ai gironi; un milione per le vittorie e 500 mila euro per i pareggi; alle squadre qualificate agli ottavi 3,5 milioni di euro; 3,9 milioni a chi è riuscito qualificarsi ai quarti; 4,9 milioni alle quattro squadre semifinaliste; alla finalista perdente sono andati 6,5 milioni, mentre la vittoria finale è valsa (in questo caso al Barcellona) 10,5 milioni.
Vincere la Champions nell’emisfero boreale vale quindi, solo di premi legati al rendimento, una quarantina di milioni (8 volte in più della Copa Libertadores). Se poi vi aggiungiamo i bonus “da market pool” il confronto con la competizione sudamericana è alquanto improbabile, anche se serve ad enfatizzare la necessità, per un club ambizioso di risultati economico-finanziari, prima ancora che sportivi, di partecipare (con costanza) al “circolo-Champions”.
Evidenziamo i numeri della Champions League, perché sono esorbitanti anche se rapportati a quelli della seconda massima competizione continentale, l’Europa League. Nello scorso anno vincere un match della fase iniziale della coppa “dalle grandi orecchie” valeva 1 milione, in Europa League 200 mila euro. Da quest’anno, per ridurre, almeno parzialmente, il netto divario tra le due manifestazioni, La UEFA e l’ECA hanno concordato la distribuzione di 1,25 miliardi ai club di Champions e 380 milioni all’Europa League; inoltre il market pool peserà leggermente meno (40% anziché 45%) rispetto ai risultati conquistati sul campo, per cui in Champions ai premi sportivi saranno assegnati 720 milioni (e non più 500) e al market pool 480 milioni (invece di 410). Dei cospicui ricavi della Champions viene inoltre girato il 6,5% alle singole leghe nazionali per i club che non giocano le coppe, e un contributo puro di 40 milioni alle società che disputano l’Europa League. I 48 club che accedono ai gironi iniziali di quest’ultima competizione possono contare su premi poco superiori ai 200 milioni, che però andranno condivisi anche con le terze classificate nei singoli gironi di Champions che, a seguito dell’eliminazione, hanno per regolamento accesso ai sedicesimi di finale dell’Europa League.
Volendo a questo punto quantificare i ricavi netti derivanti dalla partecipazione alle competizioni europee si può riportare il dato del Real Madrid, il cui successo nella Champions 2014 ha fruttato 57 milioni, e quello del Siviglia, che con il trionfo nella seconda massima manifestazione continentale ha portato a casa 14,6 milioni. Nella stagione precedente il Bayern ha ricavato dalla Champions 55 milioni, mentre il Chelsea vincendo l’Europa League si è dovuta accontentare di 10,7 milioni.

CONCLUSIONI – Alla luce di quanto scritto, raggiungere la qualificazione europea e volare in Champions è perciò sempre più vitale per stare al passo con le formazioni più forti e ricche, sia per reggere il confronto sul campo che per accrescere le prospettive di sopravvivenza o di rilancio del club.
Partecipare alla massima competizione europea permette di incrementare di molto il fatturato annuo, e quindi di trovare risorse utili alla costruzione di un organico competitivo, fermo restando che il principale obiettivo delle società di calcio ai giorni nostri continui ad essere il successo sportivo.
L’Europa porta quindi tutta una serie di vantaggi. Al di là dei puri proventi UEFA, l’alto coefficiente di difficoltà delle partite del massimo campionato calcistico continentale ha come diretta conseguenza la possibilità di fare leva sui prezzi dei biglietti, aumentando così la voce “ricavi di stadio”. Inoltre, la vetrina europea è il palcoscenico migliore per esportare i valori del proprio brand, vista la grande visibilità e l’interesse che la competizione suscita in tutto il mondo. A beneficiare di questo vantaggio è la voce “ricavi commerciali” a bilancio del club: oltre al merchandising, i motivi sovraesposti portano solitamente ad avere un maggior potere contrattuale con gli sponsor che, pur di associare il proprio nome al club, saranno costretti a firmare contratti di sponsorizzazione più remunerativi con il partner.
Ecco allora spiegato uno dei motivi per cui Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Manchester United, Arsenal, e poche altre, con la costante presenza in Champions League, hanno formato la cosiddetta élite europea, dotata di organici e fatturati ad ora difficilmente pareggiabili.

Riccardo Richter
@riccrichter

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Basket: Giovani e Parametri dei giocatori

Vediamo di fare il punto della situazione su una parte della pallacanestro spesso messa in ombra, quella parte che è il vero polmone dell’attività professionistica e che rappresenta il vero mondo della pallacanestro nazionale: le cosiddette Minors, ovvero i campionati dalla DNB fino alla prima divisione.

La lente di ingrandimento dei mass media cade sempre e solo sui campionati che muovono sponsor, interesse e pubblico (quindi praticamente solo la serie A e in parte la Legadue), dimenticando come al di sotto della DNB ci siano campionati che accolgono la stragrande maggioranza dei tesserati.
Rimanendo in ambito regionale il problema principale è sempre stato quello di non riuscire più a reperire degli sponsor per finanziare la stagione agonistica.

Il non trovare sponsor significa chiudere, questo anche a causa delle nuove normative introdotte che molte società non hanno saputo recepire nel migliore dei modi, ossia la regola dei tesseramenti che hanno martoriato tutte le squadre dalla serie D fino ai campionato professionistici. Da un lato alcune realtà si sono adeguate alla regola dei parametri investendo maggiormente le poche risorse a disposizione nei settori giovanili, diventati sempre più l’unico tesoretto a cui attingere per finanziare l’attività sportiva. Chi negli anni non ha investito nel settore giovanile è stato o sarà costretto a chiudere, ma anche qui ci sono vari intoppi in cui può incappare una società professionistica: come tutti sanno un giocatore di basket si svincola dalla società di appartenenza a 21 anni e in seguito può tesserarsi con qualsiasi squadra, ma è soggetto a un parametro. Il parametro viene pagato dalle società che tessera il giocatore dopo lo svincolo e i beneficiari sono :

  • società reclutante: 15%
  • società svincolante: 85%

Non dimentichiamoci che la FIP, su ogni contributo corrisposto, trattiene il 3% sul totale che concorrerà a formare un fondo per crediti insoluti cui ricorrere in caso di società inadempienti.

Di seguito, invece, vi elenco, per ogni campionato, le varie quote di tesseramento che la Lega ha imposto ad ogni squadra:

SERIE D: 300 € (90 alla FIP, 210 alla società titolare dello svincolo)

C REGIONALE: 1200 € (350 alla FIP, 850 alla società titolare dello svincolo)

DNC: 3000 € (1400 alla FIP, 1600 alla società titolare dello svincolo)

DNB: 6000 € (3950 alla FIP, 2050 alla società titolare dello svincolo)

GOLD e SILVER: 9000 € (6100 alla FIP, 2900 alla società titolare dello svincolo)

SERIE A: 12500 € alla FIP

Cerchiamo ora di vedere come la FIP ha tentato di tutelare ed incentivare l’utilizzo dei giovani italiani nei nostri campionati. Da sempre, la Lega ha cercato di individuare quali potessero essere gli strumenti più adatti per porre un freno al sempre più massiccio utilizzo di atleti stranieri in quasi tutte le società professionistiche. L’esigenza di tutelare quanto più possibile la valorizzazione degli atleti italiani, introducendo dei limiti all’utilizzo di stranieri, tuttavia, ha da sempre trovato feroci opposizioni da parte delle società, restie ad accettare imposizioni di suddetta natura e favorevoli invece all’abolizione di qualsiasi vincolo sui tesseramenti. E anche laddove, talvolta, su pressioni provenienti in particolare dalla GIBA (Giocatori Italiani Basket Associati), tali limiti siano stati introdotti, i risultati si sono spesso rivelati insoddisfacenti.

Così è stato, ad esempio, per la regola sui cosiddetti giocatori under, ossia gli atleti più giovani, nati da una certa annata in poi, che una società è obbligata a presentare a referto a ogni gara in un numero variabile a seconda del campionato.
Per ovviare a questo problema, dalla delibera n. 276 del 18/5/2009, si è introdotto il concetto di atleta di formazione, sulla falsariga di ciò che sta accadendo anche nel pianeta calcio, dove sia la FIFA sia la UEFA stanno tentando anch’esse di introdurre strumenti in grado di salvaguardare i vivai nazionali. Il concetto di “formazione sportiva” è stato disciplinato, per quanto concerne il settore professionistico e dilettantistico della pallacanestro maschile, all’art. 11 bis del Regolamento Esecutivo Professionistico, ove si precisa che per atleta di formazione si debba intendere: «l’atleta, senza distinzione di cittadinanza, formato nei vivai italiani, che abbia partecipato a Campionati giovanili della Federazione per almeno 4 stagioni sportive».
Viene anche precisato che: «La partecipazione al Campionato giovanile si intende assolta con l’iscrizione a referto ad almeno 14 gare. La partecipazione a Campionati giovanili con tesseramento minibasket non è valida per l’adempimento dei quattro anni di attività giovanile. La partecipazione al Campionato under 21 non è valida per l’adempimento dei quattro anni di attività giovanile. Tutti gli atleti under 19, senza distinzione di cittadinanza, acquisiscono la formazione italiana nel quarto anno di partecipazione ai Campionati federali giovanili, successivamente la conclusione della prima fase del rispettivo Campionato di categoria».

Affinché un giocatore possa definirsi “formato” pertanto, egli deve aver sostanzialmente trascorso un periodo di quattro anni nel settore giovanile di una società. Tale requisito richiesto dalla Federazione, non sembra, in effetti, essere solo strumentale a limitare l’accesso di sportivi di nazionalità straniera, ma costituisce piuttosto un requisito tecnico-sportivo, come ha correttamente chiarito la FIP. L’inciso «senza distinzione di cittadinanza» escluderebbe, di per sé, qualsiasi possibile conflitto con i principi cardine dell’ordinamento europeo. Le problematiche, tuttavia, nascono nel momento in cui il concetto di formazione va a combinarsi con gli obblighi imposti alle società nella scelta dei giocatori da iscrivere a referto gara per gara.
Gli studi di settore hanno poi dimostrato che obbligare le squadre a schierare a referto un determinato numero di giovani si è rivelato un correttivo insoddisfacente, in quanto è vero sì che tra i 10/12 convocati vi è un cospicuo numero di giovani, spessissimo italiani, ma è anche vero che la maggior parte di loro trascorre la totalità del tempo di gioco seduta in panchina, a onor di firma, e la cosa diventa solo che controproducente per lo sviluppo dei suddetti giocatori.

Federico Fortuna
@fedefortu13

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Juventus-Napoli, perché questa differenza di fatturato?

Sabato allo Juventus Stadium andrà in scena il big match tra le due squadre più accreditate a vincere lo scudetto. La Juventus, senza alcune pedine importanti ma forte del fattore “casa”, cercherà di vincere per effettuare il sorpasso in classifica; il Napoli, proverà invece ad allungare per alimentare l’euforia nonché il sogno di una calda piazza come quella partenopea.
Nell’attesa del fischio d’inizio, in questi giorni a tener banco è la polemica lanciata dal tecnico partenopeo Sarri che, pur non avendo nulla da invidiare al club bianconero, come testimoniato dai risultati sul campo, definisce impari la sfida nel lungo termine, rimarcando la difficoltà nel competere con la Juventus, dotata di mezzi economici e finanziari impareggiabili in Serie A.
Se è vero che il fatturato bianconero è quasi tre volte quello azzurro, vedremo come il motivo di questo evidente divario dipenda dalle diverse politiche aziendali adottate dalle due società.
Analizziamo allora le principali voci a bilancio dei due club, per capire a cosa fa riferimento il tecnico del Napoli…

Bilancio d’esercizio 2014/15Juventus Napoli.pngFonte: http://www.footyrate.com

JUVENTUS – Il bilancio 2014/15 della Juventus Football Club S.p.A. ha mostrato un utile netto d’esercizio per € 2.298.263, a fronte di ricavi operativi per 325 milioni (348 con le plusvalenze). Il bilancio 2014/15 ha segnato il ritorno all’utile dopo sei anni, precisamente dopo il 2008/09, che si era chiuso in positivo di € 6.582.489.
Sono stati gli eccellenti risultati sportivi della Prima Squadra a contribuire in misura determinante al ritorno all’utile. Tale affermazione, ribadita anche dagli amministratori del club bianconero, sembra in linea con la tesi che afferma che, nel calcio moderno, nella gestione dei club è il successo sportivo che spesso determina il successo economico.
Il club del presidente Andrea Agnelli ha incassato fra il 2013 e il 2015 quasi un miliardo di euro, con una escalation dei ricavi costante (283, 315 e 348 milioni per un totale di 946 milioni, plusvalenze comprese).
Per aumentare ulteriormente i ricavi, svincolandoli dai ricavi da “media e broadcasting” (la voce “diritti tv” nella tabella), la Juventus, a partire dal 2015/16, ha deciso di gestire direttamente le attività di licensing, merchandising e soccer school. Nell’attesa di sapere i risultati della gestione diretta delle suddette attività, i ricavi commerciali sono destinati comunque ad aumentare per via del rinnovo del contratto con il main sponsor Jeep e per il nuovo contratto con lo sponsor tecnico Adidas. Inoltre, per il 2015/16, sono previste plusvalenze record, già 33,8 milioni, dalle cessioni dell’ultimo Calcio Mercato (si pensi a Vidal) e 10 milioni di Euro per l’operazione Continassa.
La crescita dei ricavi ha permesso così negli anni al club bianconero di aumentare il valore tecnico della rosa, spendendo cifre rilevanti in trasferimenti ed ingaggi.
Alla voce “costo del personale tesserato”, la società bianconera ha visto impegnati negli ultimi tre anni 525 milioni (163, 184 e 178), cui vanno a sommarsi ammortamenti triennali per i cartellini per 160 milioni. In totale, il costo della rosa juventina è di 685 milioni per un media annuale di circa 228 milioni.
Il punto debole del club bianconero consiste invece nell’alto indebitamento finanziario netto (206 milioni a giugno 2015), resosi necessario per gli investimenti nello stadio e nel rafforzamento della rosa. Ma Andrea Agnelli e il management juventino hanno riedificato in questi anni la statura europea del club, pianificandone uno sviluppo industriale a partire dallo stadio di proprietà. I lavori edilizi alla Continassa, la nuova gestione interna del merchandising, il progetto commerciale di alberghi e hotel a marchio “J” fanno della Juventus un esempio per il movimento calcistico italiano.

NAPOLI – Percorso inverso a quello bianconero invece per la società “S.S.C. Napoli S.p.A.”, che ha chiuso il bilancio 2014/15 in perdita, il primo con il segno negativo da quando il club partenopeo è tornato in Serie A.
La netta differenza dal risultato dell’esercizio precedente, che si era chiuso con un utile di 20,2 milioni di euro, è dovuta principalmente alla mancata partecipazione alla Champions League 2014/15, a causa dell’eliminazione ai play-off da parte dell’Athletic Bilbao. Il mancato accesso ai gironi della massima competizione europea ha avuto l’effetto di diminuire i proventi Uefa e “da stadio”.
A quanto appena detto si è poi aggiunto nell’ultimo esercizio il crollo dei ricavi da plusvalenze. Le plusvalenze da cessione diritti pluriennali calciatori sono state pari a € 11.885.912, mentre nel 2013-2014 erano pari a € 69.389.422 (grazie quasi esclusivamente alla cessione di Cavani), e nel 2012-2013 erano pari a € 31.633.702.
Complici anche i mancati accessi alla Champions quindi, i ricavi del club di De Laurentiis in quest’ultimo triennio si sono fermati a 533 milioni (153, 237 e 143, plusvalenze incluse). I costi della squadra azzurra sono saliti dal 2013 al 2015, ma sono decisamente più bassi di quelli bianconeri: si parla di ingaggi per complessivi 229,5 milioni e di ammortamenti per 148,8. De Laurentiis ha quindi speso per il Napoli 378,3 milioni negli ultimi tre anni, per un costo medio stagionale di 126,1 milioni. Circa 100 milioni in meno della Juventus.
Il problema della crescita dimensionale del Napoli passa anche dalla mancanza di infrastrutture sportive di proprietà, che, invece, caratterizzano molti grandi club europei, come appunto la Juventus.
La strategia del Napoli negli ultimi sei anni ha infatti privilegiato l’investimento in calciatori trascurando l’investimento in infrastrutture sportive. Le chiacchiere sulla ristrutturazione dello stadio San Paolo si protraggono ormai da anni e mancano investimenti sulla rete commerciale e il centro sportivo, e più in generale politiche di potenziamento internazionale del brand. Tutte aree su cui la dirigenza di un club può incidere (a differenza dei diritti tv, affidati a contrattazione collettiva e leggi).
Nonostante queste mancanze, ed in parte forse proprio grazie ad esse, il Napoli è l’unico club di A, assieme al Torino, a non avere a bilancio debiti verso il sistema bancario. De Laurentiis in questi anni ha inoltre primeggiato in Italia sotto il punto di vista della redditività aziendale. I versamenti dei soci nelle casse azzurre si sono concentrati negli anni della Serie C: 16 milioni in tutto. Poi il Napoli ha camminato con le sue gambe e inanellato otto bilanci consecutivi in utile per un totale di 72 milioni di utili.

CONCLUSIONI – Ecco allora la grande differenza tra le due società. La Juventus, mettendo in preventivo di dover ricorrere a linee di credito bancarie (cosa che avrebbe poi avuto le citate ripercussioni sull’indebitamento netto), ha sostenuto ingenti spese, rafforzato la rosa ma soprattutto costruito lo stadio di proprietà. Tutti investimenti per il club bianconero che, non sazio, sta realizzando altri progetti al fine di incrementare i ricavi e la propria immagine in campo internazionale.
A dire il vero parte dei maggiori risultati economici della Juventus sono anche aiutati dal fatto che essa possieda la tifoseria più numerosa in Italia (28% dei tifosi di Serie A, secondo l’indagine demoscopica della Lega, contro il 9% del Napoli). Questo si riflette inevitabilmente sui diritti tv (195 a 78 milioni per la Juve, compresi i ricavi “da coppe”) e sui ricavi commerciali, ma non si può non sottolineare “l’effetto Stadium”. Alla Juventus, grazie all’impianto di proprietà, hanno visto i ricavi “da stadio” schizzare fino a 51 milioni, mentre il fatiscente San Paolo rende alla società partenopea appena 14 milioni, sicuramente a causa di una disaffezione degli abbonati registrata negli anni.
In sintesi a fare la differenza tra le due società sono il bacino d’utenza, la partecipazione alla Champions, ma soprattutto “l’effetto stadio” e quindi gli investimenti effettuati in infrastrutture sportive.
Ecco spiegato allora perché la Juventus nelle ultime tre stagioni ha incassato in media dall’area commerciale 55 milioni e dallo stadio altri 43, mentre il Napoli non è andato oltre i 17 milioni per gli incassi al botteghino e i 19 milioni per sponsor e merchandising. Carenze che gettano un’ombra sul futuro gestionale del club, che tuttavia ha una solidità patrimoniale unica nel panorama italiano ed una squadra di tutto rispetto.
In conclusione, tralasciando le differenze a livello di bacino d’utenza, la situazione economico-finanziaria attuale dei due club è stata dettata principalmente da politiche aziendali diverse, l’una caratterizzata da ingenti investimenti e indirizzata al raggiungimento di risultati sportivi già nel breve termine, l’altra improntata prima di tutto al mantenimento della stabilità economica.

Riccardo Richter
@riccrichter

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