Calcio e petrodollari, un binomio in bilico?

Può il periodo critico del mercato del greggio avere ripercussioni sul sistema calcistico europeo? Vediamolo insieme…

Il crollo dei prezzi del greggio è uno degli aspetti della guerra del Medio Oriente lanciata nel 2014 dai sauditi (forti di costi di produzione inferiori alla concorrenza) con la sovrapproduzione di oro nero, al fine di contrastare i competitor americani, canadesi e russi ma soprattutto per asfissiare l’economia dell’Iran, alleato di Assad, portabandiera del fronte sciita e storico rivale per l’egemonia nel Golfo.
Il prezzo del barile – già ai minimi da 12 anni, sotto 30 dollari – potrebbe scendere ancora. L’aspetto negativo è che l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) non vede all’orizzonte nessuna via di uscita dalla spirale ribassista che da 18 mesi ha inghiottito i mercati petroliferi. L’offerta globale di greggio anche quest’anno dovrebbe superare la domanda, seppur in misura minore rispetto a quanto avvenuto nel 2015. In ogni caso la situazione potrà solo rallentare, e non interrompere, il processo di accumulo di scorte.
Mentre il Ministro del Petrolio saudita Al Naimi si è detto ottimista sul prezzo del barile, perché «le forze di mercato e la cooperazione tra produttori conducono sempre al recupero della stabilità», come riporta il Sole24Ore, il russo Vagit Alekperov, ceo della compagnia privata Lukoil, ha invece previsto un calo del 2-3% della produzione di Mosca, affermando che «l’industria petrolifera è vicina alla soglia di sopravvivenza».
Anche altri grandi produttori non Opec come Usa, Azerbaijan e Kazakhstan stanno rallentando il passo. Metà del petrolio canadese – ben 2,3 milioni di barili al giorno, ricavati dalle sabbie bituminose – ai prezzi attuali viene ormai prodotto in perdita.
La legge della domanda e dell’offerta, la più intuitiva tra le regole di mercato, sta mettendo quindi in difficoltà il sistema. Come se non bastasse, la domanda, il cui aumento visti i bassi prezzi avrebbe potuto compensare l’eccesso di offerta mondiale, sta peggiorando: il clima troppo mite all’inizio dell’inverno ne ha fatto dimezzare la crescita lo scorso trimestre, e anche il taglio dei sussidi sui carburanti in Arabia Saudita e altri Paesi mediorientali renderà i consumi meno esuberanti.

Mentre gli sceicchi arabi, grazie a questa decisa politica di sovrapproduzione, vedono ridurre i propri ricavi ma prevalere dal punto di vista economico, avvantaggiati comunque dai bassi costi di estrazione e produzione del greggio, in Russia il momento storico ed economico non è dei migliori. Le sanzioni europee, risposta all’annessione della Crimea da parte di Mosca, hanno colpito i settori della difesa, dell’energia (un quarto del PIL di Mosca dipende dalle esportazioni energetiche) e del sistema bancario. Le limitazioni alle esportazioni imposte dall’UE e la svalutazione del greggio hanno così causato un repentino deprezzamento del rublo. Tra le società più colpite figurano in particolare Gazpromneft, Transneft e Rosneft, tutte attive nel settore petrolifero.

Ed eccoci allora al punto. Questo momento di tensione ha avuto evidenti ripercussioni anche sul sistema-calcio russo.
Gazprom – la più grande compagnia russa, controllata al 50,01% dal Governo russo, con ricavi per oltre 150 miliardi di dollari annui e, dopo Arabia Saudita e Iran, il maggior detentore mondiale di riserve petrolifere e di gas naturale – ha dovuto rivedere nel tempo le proprie ambizioni. Partner commerciale (nonché proprietaria per il 95%) dello Zenit San Pietroburgo, e sponsor di Chelsea, Schalke 040, Stella Rossa Belgrado e della stessa Champions League, dall’estate 2013 progettava la nascita di una Lega russo-ucraina (si sarebbe dovuta chiamare Unified Football League), capace di competere per fatturato e attrattività con le principali Leghe europee.
L’idea era quella di fare da volano ai Mondiali russi del 2018, investendo prepotentemente nel calcio e attirando campioni che portassero ad aumentare i bassi ricavi da stadio e da media e broadcasting caratterizzanti i bilanci dei club russi. Ma in pochi mesi lo scenario geopolitico e macroeconomico è mutato radicalmente, congelando le aspirazioni del colosso statale.
All’embargo dell’Occidente per le tensioni con l’ucraina si sono poi associati l’intransigenza della UEFA sul deficit ammissibile previsto dal Financial Fair Play (30 milioni per il periodo 2015-18, 45 se la UEFA dovesse perdere la causa in atto al Tribunale di Bruxelles), ma soprattutto c’è stato il sopracitato dilagante e deleterio crollo del prezzo del petrolio.
Il rallentamento dell’economia russa ha inciso evidentemente anche sul sistema-calcio nazionale e sulle finanze degli stessi oligarchi. I club sono andati in grossa difficoltà dovendo pagare ingaggi sempre più onerosi ai giocatori stranieri, visto che questi tendenzialmente chiedono di essere pagati in dollari. Mentre gli sponsor hanno via via ridotto i loro impegni, le amministrazioni regionali hanno iniziato a ritirare parte degli stanziamenti a favore delle squadre locali, alimentandone la spirale finanziaria negativa.
Dalla continua svalutazione del rublo, magnati come Rybolovlev (Monaco), Abramovich (Chelsea) e Usmanov (Arsenal) sono incorsi in ragguardevoli perdite (si parla di 370 milioni per Abramovich e 660 milioni per Usmanov nel solo dicembre 2014).
Non è facile pronosticare quali siano i potenziali rischi, per il calcio europeo, del prolungarsi di questo particolare momento del mercato petrolifero. Quel che è certo è che i petrodollari sono stati, a partire dai primi anni duemila, una delle risorse principali per il business calcistico. Lo possono confermare i tifosi di società come Zenit San Pietroburgo e Chelsea che hanno potuto in questi ultimi anni apprezzare campagne trasferimenti faraoniche, permesse proprio dalle spasmodiche sponsorizzazioni derivanti da aziende operanti nel settore petrolifero.
Anche a Manchester, sponda “blue”, o a Madrid piuttosto che a Milano hanno avuto modo ultimamente di prendere confidenza con i petrodollari.
Si pensi infine, indirettamente, a Fly Emirates – la più grande compagnia aerea degli Emirati Arabi che sponsorizza Milan, Real Madrid, Arsenal e Amburgo – piuttosto che Qatar Airways (Barcellona) o Etihad (Manchester City). Nonostante oggi sia impossibile immaginare un crollo del sistema petrolifero, i primi segni di sofferenza nel calcio, a causa del vertiginoso abbassamento dei prezzi del greggio, si sono già palesati. E in Russia lo sanno bene.

Riccardo Richter
@riccrichter

 

 

 

 

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